Ottobre 1990
Cara, ho ricevuto il tuo biglietto e devo dirti che mi ha fatto molto male. Soprattutto la tua accusa di complicità che sono sicuro di non meritare. La mia intervista al generale Z. non è affatto “servile”. Io penso che nel mio lavoro, eccetera, già lo sai. Forse avrò inventato alcuni particolari, come il fatto che l’intervista si sia svolta senza polizia intorno, mentre il generale giocava a bocce con alcuni bambini ridenti. In realtà il generale si divertiva a chi tirava più lontano le bombe a mano con la sua scorta, dieci poliziotti biondi col mitra a tracolla.
Quanto al nuovo direttore che tu definisci “persona ripugnante” ovviamente non sono d’accordo. Non sono cambiato da quando dirigo il giornale e non capisco perché parli così. Quanto al fatto che il generale Z. abbia una linea diretta con me non è come dici tu “fortemente sospetto”. Da quando in qua telefonare è un reato?
Sospetto, sospetto, sospetto, ecco cos’è la tua vita. Appena ti hanno portata in quello stadio e ci hai trovato qualche tuo amico, hai subito cominciato a sputare veleno su di noi. Una normale operazione di controllo, ecco cos’era.
Ma lasciati andare, sii più donna! E’ vero, quando l’altra sera ti ho invitata a uscire per prendere un gelato, non ero solo. Il colonnello Battista ha in questo momento una grande simpatia per me e mi segue ovunque. Non potevo prevedere che ti avrebbe arrestato. Ma tu sei altera e intransigente come le tue idee. Non lamentarti se poi il processo andrà male. Tra qualche anno, secondo me non meno di venti, vedremo chi ha ragione. E allora io sarò lì, come se il tempo non fosse passato, perché amare è saper aspettare. Ti allego il libro del generale Z. : “Tattica e strategia dell’antiguerriglia da El Alamein ai giorni nostri”, con dodici cartine. La prefazione è mia.
Ciao, con amore Giampiero
Ottobre 1983
Cara, ho ripensato alla tua telefonata e devo dirti che mi ha fatto molto male. Soprattutto la tua accusa di conformismo, che non credo proprio di meritare. La mia intervista al leader degli imprenditori non è affatto “benevola”. Io penso che nel mio lavoro bisogna saper trovare i personaggi interessanti e ti assicuro che lui lo è. Avrò “inventato”, come dici tu, alcuni particolari, come il fatto che l’intervista sia stata fatta tra due elicotteri in volo. D’accordo, eravamo su una seggiovia, e allora? Era armato, c’erano con lui due bionde bellissime, ma ricordandomi quello che mi avevi detto sette anni fa, non l’ho riferito.
Quanto al nuovo direttore, che tu definisci “persona equivoca”, sono d’accordo con te. Se ci sono andato a pranzo è perché come capo redattore non posso non avere rapporti con lui. Quanto poi al mio non aderire allo sciopero, non significa come dici tu, “fare il gioco dei datori di lavoro”. Io credo che in questo momento sia molto più controcorrente fare gli straordinari che scioperare. E non chiedermi “perché” con la solita aria indagatoria: sono cose che si sentono e basta.
Sospetto, sospetto, sospetto. Ecco cos’è la tua vita. Solo perché vedi un nome in un elenco cominci a delirare di logge e poteri occulti. Il colonnello Z. direbbe che sei una dietrista isterica. Ma lasciati andare, sii più donna! Quando l’altra sera ti volevo regalare l’anello di diamanti sei stata crudele. E’ vero, non l’ho comprato in Sudafrica, non sono mai stato in Sudafrica e quindi non posso dire, come ho detto, che là tutti i negri hanno auto di grossa cilindrata. Volevo conciliare le opposte posizioni. Ma tu sei altera e intransigente come le tue idee. Non puoi che prendertela con te stessa se hai perso il lavoro. Tra pochi anni i giochi saranno fatti. Ma io sarò lì, e sarà come se il tempo non fosse passato : amare è aspettare. Ti allego una copia del mio libro di interviste “Dieci uomini di successo”.
Ciao, con amore Giampiero
Quando si ama davvero (Stefano Benni, da Il bar sotto il mare)
Ai tempi del fascismo/non sapevo di vivere/ai tempi del fascismo (Hans Magnus Henzenberger)
Ottobre 1976
Cara, la tua lettera mi ha fatto molto male. Soprattutto per via dell’accusa che mi fai di essere un’opportunista. Non credo proprio di meritarla. La mia intervista al famigerato leader extraparlamentare non era affatto “ambigua”. Io penso che nel mio lavoro bisogna trovare personaggi interessanti e ti assicuro che lui lo è. Avrò, come dici tu, “caricato” certi particolari, come il fatto che portasse un mitra a tracolla e ci fossero due bellissime bionde in tuta mimetica al suo fianco. Ma ti assicuro che era armato e la sua donna non era niente male.
Quanto al nuovo direttore che tu definisci “persona poco chiara”, sono d’accordo con te. Se ci sono andato a colazione è perché ritengo che nel momento attuale non sia il caso di accentuare certe tensioni. Sospetto, sospetto, sospetto! Ecco cos’è la tua vita. Solo perché ho buoni rapporti sia col leader sopracitato sia con il maggiore Z., ecco che ti metti a farneticare di legami ambigui. Lasciati andare, sii più tollerante! Quando l’altra sera volevo regalarti il poncho peruviano, sei stata crudele. E’ vero, non l’ho comprato in Perù; non sono mai stato in Perù e non ho mai conosciuto gli indios Paraguelel, né mangiato il fungo sacro in compagnia del loro capo Mateus. Volevo solo rendermi interessante. Ma tu non perdoni niente. Sei altera e intransigente come le tue idee. Non lamentarti se poi ti perquisiscono la casa. Quanto ai tuoi articoli, ti ho già detto cosa ne penso: il tempo mostrerà chi ha ragione. Amare è saper aspettare. Come dice il poeta “Da qualche parte mi sono fermato e aspetto.” Ti allego una copia del mio libro “Lotta armata, perché?”
Con amore, tuo Giampiero
Verde
poi rosso
poi dal rosso il blu
una robusta intelaiatura bianca
e picccoli disegni forzati
dal gusto africaneggiante.
Fuga in avanti
sono stato un tempo
colpevole di non aver
saputo raggiungere
per troppa fretta
le veloci intese
del mio cuore.
Mi dicesti - Sei sempre il solito,
ti lamenti troppo, troppo.
E come al solito
nel chiudere le porte
sacrificasti tutto
di schianto
al balletto compulsivo.
mercoledì, 25 maggio 2005
So, io so
sotto mentite spoglie
l'età ricciuta
che male si nasconde,
notte che sorprende
inusitati amanti,
soggetto di sospiri
sterminati.
Elezione di casuali
incontri operativi
rilascia nel consenso
oggetti liberati:
sveglie, buste,
scomparti, sogni
improvvidi smarrimenti.
Siamo finiti lì
dove tutti ci volevano
e dovremmo essere
contenti?
Pensi che abbia
l'animo del pellegrino?
Se ancor non vuoi
(pur'io t'avrei già perdonato)
regalami un grano del tuo riso,
quel pensiero tolto al giorno
che urli anche di notte.
Irradiami un pò di
angoli cinesi, di
grammatiche orientate,
di sillogismi
puri ed aumentati.
Sonno rodeva suoni.
Manco suoni?
E dentro, la sorte,
di(s)panava a liste
e si spiaceva.
E allor che c'è?
Non so donar ma dono!
Mi metto a parte,
egli non voglia
(dall'alto della sua metrica
cristallina e opalescente)
risalire ai suoni
del mio cuore,
che ognor mondani (ancora)
si ritraggono,
spuri e crudi,
come polpi nell'acquario.
Nell'abbassarsi,
chiotto,
dei suoi occhi
(di quel che resta, almeno)
ho colto il resto dei miei sogni,
la speranza esatta del suo odio.
Le parole rovesciate,
sempre addosso,
non portano più ferite.
Come quel sole
che brucicchia
ma non arroste,
guido i tuoi pensieri,
fuori dell'inganno e
dall'encomio.
Urlavano il tuo nome: ci scommisi.
Ridendo si lanciavano messaggi,
ed ordini ufficiali, da obbedire,
da rispettare in piedi, e sull'attenti.
Almeno nella svolta della storia,
nella pieghetta storta
e disprezzata,
potevi riconoscere le tracce:
sotto la colla troverai la chiave.
Non fare pubblicità assoluta
a quello che ora dico.
Non sono ancora, certo,
l'oracolo del sale,
del dio che circonfonde il sonno,
dell'uscio solitario nella notte.
Se tu mi credi, a torto, un indovino
un fragile orchestrale d'origami
smentisciti se vuoi
(se vive il dubbio).
Lo troverò intatto
in autostrade, armato
di parole che fuggono veloci:
l ritmo della stoppia non abbatte.
Un piccolo aiutino (non richiesto)
che vuol soltanto dire
non voglio farle perdere del tempo:
nasconda il francobollo,
"non c'ho voglia".
Uscita, per sicurezza,
dall'immobile vetrina
dove regnavi invitta
spargi sguardi e sorrisi
a chi li merita
e a chi deve ancora
guadagnarseli.
Ma tu lo sai
che di stelle
nel mio cuore
ce ne sono miliardi
e sono tutte tue.
Imbocco l'antico portico
e lo sottraggo al tempo
scandito da libri e corde
e suoni e braccia bianche.
Respiri e non sai
che ti ruberei
il fiato se potessi.
Tu m'hai comprato libri senza nome
che non ho letto mai (non c'era tempo),
che m'ostinavo a chiedere per celia,
pensando sempre "li comprerà se m'ama".
Solo per questo continuavo a...
compreso ormai nel ruolo del bagatto,
del folle lucido e compreso,
che guida in curva e
ha gli occhi impolverati,
che guarda in alto e
cade dentro ai fossi.
Sento ancora, se resta spazio,
il brivido supremo
che svuota occhi e viscere
e obbliga a pensieri puri
e sudate riflessioni.
E' tutto un gioco
che gioco a mani nude
e senza certezze.
Sul braccio scoperto
porto i segni della sconfitta,
lo schifo di denti alati
confitti nella carne.
Se la scelta fosse mia
morirei qui e adesso
per darti il tempo
di soffrire come s'addice.
Meriti questo, tutto,
e meriti di vagare in eterno
per questa città senza me.
Esplodono, in blocco, sensi e controsensi
unici e soli a capire
fino in fondo
quello che ci sta succedendo.
Osservo, dalla finestra,
il passaggio di auto
che somigliano alla tua.
Ci sono vie che si rincorrono
come se, nascostamente,ssi
potesse giungere, infine,
a domandarti il ...
Ti par troppo chiedere
cosa faccio adesso,
che non posso più aspettare
davvero?
Al museo le marionette
si domandano che fine ho fatto!
E lo chiedono a te?
La misura, la misura...
circospetto rimando di sorrisi,
volti sottratti,
astuzie trovate e
gentilmente restituite.
Non so il valore esatto
che dai a quel che scrivi.
Oggetto di furti disparati,
frutto di boschi narrativi,
immagini di intese distorte
o mal comprese.
Tu prendi un suono
che non sappia di nulla
ed io te lo renderò, semmai,
più tiepido.
Vorrei volerti bene come si può voler bene a un punto sul muro, un
punto di partenza, come si può voler bene ad un'acquasantiera fuori posto, ad un foruncolo esaurito, a un oggetto di risulta che esuli ormai dal suo contesto.
E invece ti vorrò bene a tuo dispetto per quello che non sei, un onesto giocoliere di refusi, a caccia di errori e di notizie sbalzate, a niello,
dalla loro sede originaria, un clown della litote, un trapezista dell'acrolito.
Un volto scolpito nella pietra.
Una luna svuotata in un cielo che gronda dolore.
Una notte silenziosa che serve a ricondurti a casa.
Fai uno sforzo e cerca di ricordare.
Cosa ti sei lasciato dietro? E poi? Cos’altro? Dopo tutto.
Due libri con dedica di chi non c’è più.
Un sosia che conosco mi svela le intime sensazioni del doppio
sconosciuto.
Tutto scoperchiato e dipinto di rosso,
e mentre tu parli, e lasci che la tua mente sia occupata da pensieri vani,
non ti accorgi e non capisci
(XXXXXX)
che io ormai sono sfuggita dalle tue mani.
Solo un'ultima lacrima di pollo in più.
Mi dice : “Questa fa il paio con quella della casa bruciata”.
Sul momento non capisco. Poi ricordo. Un episodio di 20
e più anni fa, già dimenticato. Non così per lei.
Tutto il passato è kantianamente presente oggi nella sua
testa, come ieri. Sento ancora il dolore alla clavicola.
Dice adesso con voce ferma ma suadente :
“ Seguimi verso la valle, laggiù. Tu sai che la luce della
luna è sangue che sgorga copioso dalla tua anima.
E che adesso è il tempo per mettersi in cammino.”
Mi-sveglio-cerco-almeno-di farlo-sperando-sia-finita-per-sempre.
Bussano alla porta, giù. La solita compagnia che stasera esce, gloriosamente riunita. A.B. e le sue amiche aspettano il mio arrivo. Preferisco evitare la compagnia, per oggi, solo per questa volta. Vorrei continuare a pensare a quello che dipingerò domani. So che inizia con una luce e termina nel
buio. Comincia nel fuoco e finisce nell’acqua. Al principio tutto è chiaro, limpido ma nel finale tutto avvolge l’oblìo con le sue avvolgenti spire. Poi, ancora, tutto si confonde, quello che era netto sfuma nell’indistinto ed io cado nell’ombra.
Mentre gli altri mangiano e bevono lui da tre giorni lotta per la vita.
Niente può essere paragonato ad un azzardo, un lancio di dadi
e un giuramento spudoratamente menzognero. Una gara nella
pista dell'esistenza affrontata in “surplace”, con un avversario che ti
addenta alla gola al minimo errore. Un partita di belote giocata senza
carte buone per la vittoria finale. Reagisce convulsamente ad
un altro rigurgito di immortalità, uno spasmo di disperata sopravvivenza
non cercato. Ma all’ultimo secondo, nell’ora insonne del commiato,
Entra un soffio di vento dalla finestra e il secolo fugge via.
Un’inattesa torsione della spalla rivela una fuga barocca dal bosco
della fiducia ritrovata. La santa, protetta dall'alto, preferisce la trasformazione alla violenza dell’amore non corrisposto. La
descrizione dell’apparizione risulta inattesa ma sublime nel suo
candore. Angelo o demonio, la lunga freccia dorata che tiene in mano
ha la punta infuocata ed è così vivo il dolore che le procura,
penetrando nelle sue viscere, da strapparle dei piccoli gridi di dolore.
E’ uno spasimo così piacevole che non si vorrebbe cessasse mai e T.
preferisce morirne piuttosto che interromperlo, mentre per tutti gli altri continua il solito spettacolo della vita.
Si siede al pianoforte, accenna una melodia. La
sedia è di quelle comuni, sembra scomoda a vedersi. La signora davanti, dal cappotto leopardato, (intesa "Giglio della Valle", per l'intenso profumo che
emana dalla sua persona) dormicchia con discrezione. Un accordo dissonante preannuncia il finale e poi
un bis preteso dai più. Ritrovo l'uscita tra gli applausi di chi si è appena svegliato dal sonno del jazz. A casa ripasso mentalmente l'ultima frase musicale ascoltata e mi addormento senza rimpianti.
Chi ti ha visto andare via all’improvviso dice che la tenda eraaperta a metà e il sangue colava giù a fiotti.
Una testa, quasi, staccata dal corpo, il secondo colpo, quasi, pronto e un ghigno deciso sul viso. Consapevole di aver Dio dalla tua parte, e quindi troppa
ragione per aver paura, restituisci agli astanti la sicurezza
del Giusto. In piedi, coi capelli lunghi più del lecito e il corpo ossuto
ormai piagato dall’età e dalla sofferenza, il viso emaciato
del santo del signore, estremizzi le scelte di vita dell’eletto e dell’unto.
Mi piace la tua anoressica divinità, i tuoi muscoli scomparsi e
interiorizzati da tempo e invidio le tue certezze disunite,
come se potessi farne a meno, mentre attendi sorridente l’ultima chiamata, quella definitiva. Ti osservo girandoti intorno, sorpreso, di fronte ad una cantoria antica e mi riservo un pensiero scorretto all’estremo. Ma è tutto un attimo che fugge e anche questa volta esito, nel momento superiore della soluzione, accetto il viatico dell’assoluto e crollo. sabato, 09 aprile 2005
Nei sogni di questa settimana
individuo tragici presagi (o
loschi desideri…sono io che
li ho sognati !) . La scomparsa
di chi mi sta vicino mi
atterrisce, ma che almeno venga
subito, adesso che è attesa e non
quando le darò, fiducioso, le
spalle. Morire sì, ma non di morte
lenta! Nel sogno di stanotte,
ad esempio, sono ad Avellino,
una bellissima cittadina (dove
io non sono mai stato) nel mio
delirio onirico e dopo un bel
giretto in centro mi trovo ad
entrare nel ristorante dove
tutta la famiglia riunita mi
attende per iniziare il pranzo.
I piatti sono già pieni ma,
mentre sto posando il giaccone
all’attaccapanni, una parte di
quello che già si trova nel mio
piatto viene messa via, da parte,
per essere portata via (in una
“sportina”) alla fine del pasto.
Mentre faccio le dovute
rimostranze il sogno si
interrompe. Cerco di non darci
troppo peso. Preferirei piuttosto
sapere se la smorfia può aiutarmi
a decodificare, anzi a tradurre
in numeri, questo incubo
gastronomico. Che almeno possa
guadagnare qualcosa da tutto
questo.
lunedì, 04 aprile 2005
Sono io…è lei? La riconosco in libreria
dai capelli. Lei non mi vede. O fa finta
di. E’ lo stesso. Ci giriamo intorno
senza che nulla segnali una minima
intesa. Ci incrociamo per caso alla
cassa. Il cuore e l’adrenalina vanno
a mille. So che dovrei dire qualcosa
di significativo, in un modo o
nell’altro. Pago e mi volto un attimo
a salutarla distrattamente, come se
mi accorgessi di lei solo in quel
momento. O meglio. Come se non
meritasse un saluto migliore. Uscendo
mi pento di tutto, di questi vent’anni
che sono passati così, con sporadici
incontri in cui facciamo finta di
ignorarci. Con lettere scritte per
essere stracciate o mal comprese.
Con cassette musicali registrate per
confessare di aver sbagliato tutto,
anni dopo, perché sapevo che anche a me
alla fine sarebbe piaciuto ascoltare
Lloyd Cole and the Commotions.
O Echo and the Bunnymen. O. Chiuso.
I libri costan troppo. Anche quelli che valgono poco….
anzi…soprattutto quelli. In libreria il gentile commesso guarda che
libro ho in mano e me ne consiglia un altro dello stesso autore
e poi rilancia ancora…una, due volte. Tengo duro.
Ci diamo appuntamento alla prossima settimana
per l’arrivo dell’ultimo Barthelme pubblicato da
Minimum Fax. Cercherò di non deluderlo troppo. Forte del
bottino accumulato mi fermo al capolinea del bus per saggiare
con calma il libro di Nori e le prime tre-quattro pagine
sento che valgono l’acquisto. L’introduzione è esilarante e
geniale, l’inizio del libro, anche a casa, mi fa ridere così tanto che
devo andare in cucina più volte a prendere lo scottex per
asciugarmi occhi e naso dal gran ridere. T. si addormenta
al suono delle mie risate e quindi necessita che io mi alzi per
farle il caffè. Mi vesto per andare a correre, l’aria è fresca
ma piacevole, odori di pesce cucinato con le spezie
entrano dal balconcino della cucina. E’ l’ora. Vado.
Ancora un attimo. Ecco. Sono pronto.
L'asciutta celerità di una fuga programmata non riesce a scardinare il fastidio di non aver fatto fronte, come
al solito, del resto, alle attese incombenze della realtà. Rimandando all'infinito cosa accadrà nell'attimo supremo? Riuscirò ad evitare di presenziare, almeno, alla mia veglia funebre?
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Esco un attimo per comprare quotidiani e sigarette...io che non fumo. Trasgredisco così al più fermo convincimento nella reciproca consapevolezza di un ritardo privilegiato. I buchi sulle mani vogliono
dire che oggi non è la festa delle capanne.
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Agevolo sorrisi di altre commediole. Mémoires d'O et de toi.